Davvero interessanti i risultati cui è giunto lo studio, che conviene riportare letteralmente. "Per un anno i pazienti sono stati sottoposti a test per misurare il loro stato mentale e la loro funzionalità nelle attività quotidiane, sia quelle che permettono un primo grado di autosufficienza (vestirsi, lavarsi e mangiare da soli) sia quelle maggiormente complicate (come telefonare).
I malati del gruppo con basso livello di religiosità hanno avuto nell'anno una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto a quelli con un livello di religiosità medio-alto. Le malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer non sono guaribili, farmaci e condizioni particolari di vita possono solo rallentarne la progressione".
Il professor Enzo Manzato. Direttore della clinica geriatrica dell’Università di Padova spiega che ''gli stimoli sensoriali provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo, ma nel caso dello studio riportato sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva Non si tratta quindi di una ritualità cui si associano determinati comportamenti sociali, bensì di una vera e propria tendenza a ''credere'' in una entità spirituale''.
I risultati dello studio hanno un livello di scientificità tale che verranno pubblicati su «Current Alzheimer Research», una vera e propria “Bibbia” (una volta tanto il termine non è usato a sproposito) del settore.