Maxi poster che raffigura una euforica signorina con le gambe sollevate in aria. Che dire? Non è da oggi che gli sponsor si sono affacciati tra le panche delle chiese, vedi ad esempio quello che successe pochi anni fa presso la padovana basilica del Santo, ove una banca ed una fondazione bancaria concessero pingui finanziamenti in cambio (com’è giusto) di un’adeguata visibilità. E allora perché uno stilista no e una banca sì, per dire?
Ad ingarbugliare ancora di più la già intricata faccenda c’è il fatto che la chiesa suddetta è stata affidata dal Patriarcato di Venezia alla Fraternità Sacerdotale San Pietro (di stampo tradizionalista) che vi officia secondo il rito antico e il cui rettore ha definito la pubblicità «rozza, futile, senza significato, indecente. Inappropriata per una chiesa, per di più una chiesa aperta al culto. Se avesse almeno portato i soldi per completare i restauri, ci sentiremmo un po’ ricompensati».
Quest’ultima frase, per la verità, sembra un po’ infelice: come sarebbe a dire che i soldi ricompensano un’indecenza? Ma allora i valori non negoziabili non esistono più? Il dibattito, insomma, è aperto.
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