Ma, appunto, c’è da scommettere che la Via Crucis realizzata da quello che è considerato uno dei più grandi artisti americani viventi e l’ispiratore della Minimal Art, contribuirà non poco a rinfocolare le polemiche. Il Corriere della Sera pubblica un’interessante intervista con Stella di cui purtroppo l’edizione online riporta soltanto un’anticipazione. Alla domanda su come descriverebbe la sua opera, così risponde: “Si tratta di 14 sculture piuttosto piccole –alte non più di 30 centimetri- che sporgono dal grande muro bianco al lato dei banchi. Ho usato solo acciaio inossidabile e resina plastica, curvando il metallo per creare il senso di continuità e movimento della Passione. Le 14 forme si muovono, per farti salire fino al Monte Calvario”.
Riguardo all’assenza di colore, Stella dichiara di aver voluto “rispettare la gravitas del soggetto e il carattere ascetico della chiesa di Richard (Meier, ndr). Quando le vedi appese al muro, le mie stazioni formano un’unica immagine, ma allo stesso tempo proiettano delle ombre, creando un ulteriore livello di significato. Non volevo far competere colore e ombre e comunque queste ultime saranno completamente assorbite dal muro e dalla luce della chiesa”.
Peccato che in rete non siano disponibili altre immagini della Via Crucis all’infuori di quelle riportate nell’articolo indicato sopra, ma c’è da scommettere che lui un’idea se l’è già fatta e sarà interessante conoscere la sua opinione.
Update: l'intera intervista è disponibile qui
... ci ho messo pure un attimo a capire chi era questo "lui"!
RispondiEliminaPovero parroco, da quanto ho capito tocca a lui decidere. Avrà polemiche e nemici qualunque cosa faccia.
Ci tornerò sopra, in effetti merita. Io penso che sia una bellissima via crucis che starebbe benissimo a casa di Frank Stella o del suo amico Meier. Non che non starebbe bene anche sulle pareti bianche di Tor Tre Teste ma il luogo religioso, ovvero del legame oltre che dell'annuncio e del dono, implica un linguaggio comune, il rispetto di una lingua prima da cui ci si riconosce dipendenti, e non il proprio estro, il proprio sentire, fosse anche la propria personalissima devozione. La differenza è tra creatività e arbitrio. Un'opera deve reggere l'ordinario, innanzitutto.
Metto un link che riprendeva proprio queste discussioni...
http://delvisibile.wordpress.com/2008/02/07/riappropriazione2/
Non credo che la responsabilità ultima nella decisione spetti al parroco, o almeno non a lui solo. Se non altro perchè qualcuno dovrà pur pagare e non penso che la parrocchia abbia le risorse necessarie. Ma non è questo il punto.
RispondiEliminaQuanto a reggere l'ordinario, d'accordissimo. Ma.
Ma cos'è *ordinario*? La madonne (scritto minuscolo apposta) del Caravaggio -per dire- erano ordinarie? Fin troppo, dirà qualcuno, infatti capitava magari di incontrarle di notte in luoghi non certo dediti abitualmente all'orazione. Ed era proprio la loro ordinarietà a creare scandalo, appunto, se le avesse fatte angeliche, nessuno avrebbe avuto da ridire.
Attendiamo approfondimenti, allora, intanto grazie del contributo!
Eh già,giusto, cosa è l'ordinario? Nel nostro caso io direi parola, corpo, storia. Quella parola, quel corpo, quella storia. Insomma, l'incarnazione.
RispondiEliminaQuelle madonne terrene magari scandalizzavano ma non perdevano per strada il nostro ordinario. Cosa che invece, purtroppo, fa questa via crucis.
Sì sì, però ora ci sarebbe da chiedersi se la perdita dell'ordinario è colpa nostra o colpa delle cose che non ci parlano più.
RispondiEliminadirei proprio nostra.
RispondiEliminabeh, con questo siamo a buon punto della discussione, mi pare
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